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La metro: l’incubo dell’uomo dal 1863

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Un’ansia, uno stress, un girone infernale; dite quello che vi pare, ma non ho ancora conosciuto qualcuno in grado di affermare: “non mi dispiace prendere la metro”.

E’ dal 1863 (con l’inaugurazione della prima metropolitana a Londra) che questo tanto lento quanto scomodo mezzo di trasporto è entrato a far parte delle nostre vite. Nonostante siano trascorsi più di 150 anni da quel primo, fatidico viaggio, la metro continua ad essere uno dei peggiori incubi dell’uomo contemporaneo.

La tragedia comincia già alle biglietterie: attenzione, non “la”, bensì “le” biglietterie. Tutte rigorosamente automatiche e, soprattutto, tutte rigorosamente rotte/fuori servizio/in manutenzione. O, altrimenti, totalmente inarrivabili, vista la fila chilometrica che vi si trova davanti.

Dopo tutta la fatica che avete fatto per ottenere il vostro preziosissimo titolo di viaggio, dovete ora obliterarlo (più semplice sarebbe stato inserire direttamente la monetina ai tornelli, ma che gusto ci sarebbe altrimenti?). Anche qui, fate attenzione; delle varie file che vi si presentano davanti, vi verrebbe da scegliere quella apparentemente più breve, MA, in ossequio alla Legge di Murphy (se non sapete di cosa si tratti, ve lo spiego qui: http://valeriopinto.com/2016/09/10/la-legge-murphy-fenomeno-della-fetta-pane-imburrata/), in quella stessa fila, davanti a voi, ci sarà sicuramente una vecchietta mezza cieca che impiegherà 5 minuti solo per capire che il biglietto va obliterato e non semplicemente tenuto in mano.

Comunque, siete sulla banchina, e, ovviamente, avete mancato per una manciata di secondi il treno; siete quindi costretti ad aspettare, fiduciosi che, visto l’orario di punta, passeranno con una certa frequenza. Ingenui. Anche qui vi si presenterà una attesa interminabile durante la quale la vostra ansia e la vostra irritazione cresceranno in maniera direttamente proporzionale alla quantità di persone che inizia ad affollare la banchina.

Quando poi arriva finalmente il treno, naturalmente già stracolmo di persone, sapete che è solo una la legge che regolerà i vostri prossimi minuti; no, non quella di Murphy. Quella del più forte.

Già prima che le porte si aprano, una violenta pressione dietro alla schiena vi spinge inesorabilmente contro il mezzo che avete davanti; dovete allargare le braccia, guadagnarvi un po’ di spazio, ma purtroppo le avete impegnate dalla borsa, lo zaino o almeno la vostra giacca (in metro fa sempre troppo caldo). A questo punto, possono accadere tre cose:

  1. Non riuscite ad entrare; la metro era troppo piena e voi siete stati troppo deboli e/o troppo lenti e quindi vi toccherà aspettare la prossima.
  2. Siete riusciti ad entrare solo grazie alla forza delle vostre braccia e all’intercessione dei santi che avete invocato, ma siete stati troppo lenti per riuscire a sedervi; siete costretti a trascorrere tutto il tragitto stretti dai vostri simili come foste delle sardine in scatola, rischiando di contrarre una sindrome da schiacciamento.
  3. Siete riusciti ad entrare e, grazie alla vostra innata agilità e alla favorevole congiunzione data dall’allineamento dei pianeti del vostro sistema solare, siete anche riusciti a sedervi. Vorrei poter essere felice per voi, ma tanto so già che, accanto a voi, si accomoderà una persona che definire maleodorante è un eufemismo. Buona apnea!

Ah, quasi dimenticavo: ovviamente, sia nel caso 2) che nel caso 3), sarà presente nel vostro vagone qualcuno che suona uno strumento musicale. E quel qualcuno non sarà certamente Mozart.

Tralasciamo il momento traumatico in cui cercherete di scendere dalla metro; anche in questo caso avrete dovuto far ricorso a tutta la vostra forza e abilità (se ne avete!) per poter fronteggiare l’ondata di persone talmente ansiosa di salire sul vagone da quasi impedirvi di scendere. Siete ormai sulle scale, lontani dai binari, quando cominciate a respirare nuovamente l’aria “fresca e pura” del centro città, mentre uno spicchio di cielo si presenta ai vostri occhi. In quell’istante, un ricordo del liceo riappare nella vostra mente e capite per la prima volta e a distanza di decenni le parole che Dante pronuncia nella Divina Commedia uscendo dall’Inferno:

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”