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Quando la fretta è cattiva consigliera

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Una delle caratteristiche che maggiormente contraddistingue la società contemporanea è la fretta; fin da piccoli, infatti, ci è stato imposto il tacito obbligo di essere competitivi, veloci, di arrivare prima degli altri.

La vita finisce così per diventare una corsa continua, dove qualsiasi momento della nostra giornata è scandito continuamente dallo scorrere del tempo che sembra non bastare mai. La vita, in pratica, si riduce ad essere un’agenda, dove ogni istante, ogni ora, ogni giorno, finiscono per essere costantemente programmati, senza risparmiare neanche i periodi di “riposo” (vacanze, viaggi, ecc…).

E allora ecco spiegata la causa di stress, ansie, crisi di panico e tutta quella serie di disturbi figli del nostro tempo; la fretta, o meglio, l’angoscia che essa genera, ci logora da dentro, impedendoci, nell’affrontare i problemi di tutti i giorni, di trovare un po’ di tempo per un appuntamento che dovrebbe essere per tutti quotidiano: quello con noi stessi.

Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1973, riteneva che “uno dei peggiori effetti della fretta, o forse dell’angoscia che ne è la causa diretta, è l’evidente incapacità degli uomini moderni di rimanere soli con se stessi, sia pure per breve tempo”.

Allora la nostra fretta, il nostro correre da una parte all’altra, non diventa un po’ una scusa per non concederci quei momenti che tutti, almeno una volta, abbiamo saputo apprezzare? Non parlo di qualcosa di complicato o di “programmabile” come un corso di canto o un abbonamento in palestra; qualcosa di semplice, che possa essere fatto in qualsiasi momento.

Ci sono giorni, nella nostra vita, in cui le cose vanno male, in cui ci sembrerà di non avere tempo, di non poter correre così veloce. Allora fermatevi; in mezzo al marciapiede, a guardare il via-vai delle persone, cercando di scoprire o magari inventare una storia per ogni volto; fermatevi in un prato, sdraiatevi e chiudete gli occhi per un paio di minuti, assaporando il profumo dell’erba e beandovi del calore del sole sul vostro viso. O, semplicemente, ovunque voi siate, chiudete gli occhi e fate un respiro profondo, pensando a tutto quello che ancora dovete fare. Il mondo rallenterà con voi.

Quando vedo la gente correre, penso sempre all’episodio “La mia vecchia signora” delle serie “Scrubs – Medici ai primi ferri” ed alle parole del protagonista JD: “Ma ci sono giorni in cui va anche peggio, e in giorni così il meglio che si possa sperare è di aver imparato qualcosa… Qualunque cosa. Anche di poco conto, anche solo prendersi il tempo per sdraiarsi sul prato e pensare a tutte le cose che devi ancora fare.”

Terremoto Centro Italia 2016: un pensiero per le vittime

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Immaginate di essere nel vostro letto, avvolti nel comodo abbraccio di Morfeo, mentre i sogni scorrono rapidi nella vostra mente, come un giovane ruscello appena sgorgato dalla sorgente.  Siete nel momento centrale del vostro riposo, nel pieno della fase REM, quella che veramente ristora e ricarica le vostre energie. In questo momento, è il vostro inconscio a guidarvi; i vostri sogni, i vostri desideri, le vostre ansie e le vostre paure, ogni istinto e pensiero razionale, sensazioni e ricordi, si confondono tra loro, in un intreccio imprevedibile e misterioso, in un disegno a volte difficile da interpretare.

Ad un tratto, un rombo vi sveglia, facendovi sobbalzare nel vostro letto, mentre, ancora storditi dal sonno, cercate l’origine di quel tremendo rumore; vedete le tende ed il lampadario muoversi, percepite lo scricchiolio delle assi del soffitto e la polvere invadervi le narici, mentre il vostro cuore accelera i suoi battiti.  Una prima violenta scarica di paura si trasforma in adrenalina, spingendo il vostro corpo ad alzarsi dal letto, quando finalmente giunge il vostro cervello capisce cosa stia accadendo, e allora una nuova ondata di paura vi assale, stavolta non guidata dall’istinto, ma dalla consapevolezza. Il terremoto, con tutta la sua forza, sta scuotendo la vostra casa; vi guardate intorno, e mentre osservate le crepe aprirsi nelle pareti, i calcinacci cadere dal soffitto, i soprammobili cadere per terra, la disperazione si fa strada dentro di voi…

Chi non ha vissuto un evento catastrofico come un terremoto non può in alcun modo immaginare quanto tale esperienza possa essere terrificante. Ricordo quando, la notte del 6 aprile 2009, venni svegliato all’improvviso dal cigolio del mio letto; la prima cosa che vidi fu il lampadario ondeggiare, la seconda, invece, fu la figura di mia madre che, sulla porta della mia camera, mi disse: “C’è il terremoto.” Ricordo la paura di quei momenti, pochi, interminabili secondi; ricordo la mattina seguente quando, durante la colazione, ascoltavo al telegiornale le terribili vicende della notte precedente, completamente attonito davanti alle immagini di morte e distruzione che si susseguivano nei vari servizi mandati in onda.

Gli ultimi giorni hanno rievocato questi ricordi; il mio pensiero va continuamente alle vittime di questo ultimo evento, che tanto impietosamente ha colpito le provincie di Norcia e di Rieti; interi paesi sono stati spazzati via dalla furia e dalla violenza del sisma, insieme a decine, centinaia di preziose vite umane. In questo scenario apocalittico, nessuno è stato risparmiato, uomini e donne, giovani ed anziani, ricchi e poveri. Chi, invece, ha avuto la fortuna di sopravvivere a questo evento, ha perso irrimediabilmente una parte di sè: un terremoto è un evento che ti segna nel profondo, che scuote non solo la tua terra e la tua casa, ma soprattutto il tuo intero essere, cambiandoti in maniera irreparabile.

In questo momento, penso soprattutto ai superstiti, per i quali ogni giorno è una sfida, tra pioggia, ulteriori crolli e scosse di assestamento; una terribile quotidianità, fatta di paura ed incertezze, di sacrifici e di privazioni. Ma è anche uno quotidianità fatta di coraggio, di voglia di ricominciare, di volontà di ricostruire, dove ognuno, nel suo piccolo, cerca di aiutare gli altri nel lungo processo di ricostruzione.

Souls’ Den

Per ognuno di noi esiste un posto ed un momento dove riusciamo ad essere noi stessi, dove il tempo sembra fermarsi e dove ogni cosa sembra assecondarci; un rifugio dal caos e dai problemi che giorno dopo giorno travolgono la nostra esistenza, una luogo da dove poter guardare il mondo con occhi diversi.

Ed allora i colori si fanno brillanti, danzando davanti agli occhi ed assumendo ogni sfumatura possibile; i suoni si scompongono, si avvicinano dolci e delicati alle nostre orecchie, trasformandosi nella più bella delle colonne sonore; gli odori sono inebrianti, attraversano le narici rendendoci un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda.

La percezione di noi stessi cambia; tutto si fa più lento, diventa pace e luce, armonia e perfezione. Il nostro stesso cuore rallenta e, per un attimo, un istante, sembra fermarsi; è un momento che dura meno di una frazione di secondo, quasi impercettibile, che, in quel luogo che per noi assume un significato speciale e quasi magico, si dilata, facendoci riassaporare il gusto per le cose semplice; un tramonto, un sorriso, la risacca del mare.

Poi tutto finisce, costringendoci a tornare semplici esseri umani, a correre dietro ai nostri impegni, alle nostre quotidiane occupazioni, ma è giusto che sia così.
E’ giusto che quel luogo a noi caro, quel rifugio, sia custode di momenti, di attimi di felicità; la loro bellezza nasce dalla loro fugacità. E’ questo che li rende speciali, magici.

Libertà

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Libertà. Una parola che nasconda dietro di sé un’infinità di significati, di sogni, di idee, di storie.

Che cosa è la libertà? E’ qualcosa che l’uomo ha sempre ricercato, desiderato, bramato; un concetto, un ideale, che ha spinto tanti uomini a combattere e a morire nel suo nome. Alcuni la dipingono come il più alto dei valori, superiore persino alla vita stessa; per altri, invece, la libertà non è che un sogno, un’illusione, che l’essere umano vive costantemente.

“Tutti noi siamo liberi.” E’ una delle frasi che più ricorre dalla seconda metà del XX secolo nei discorsi, nei manifesti politici, nei trattati, nelle Costituzioni, che attinge direttamente alla nostra storia, come il più grande lascito delle grandi Rivoluzioni. In nome della libertà, quella libertà oggi garantita nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nelle Costituzioni moderne, si sono combattute guerre, autorizzati massacri, condannati a morte degli innocenti.

E’ questa la libertà? Una libertà di pensiero, di espressione, che però è limitata a ciò che è considerato socialmente giusto, buono, dove un pensiero diverso viene visto con sospetto e timore? E’ libertà la consapevolezza di essere moralmente giudicati ed emarginati per un nostro pensiero non conforme a quello che la società ci ha insegnato essere equo, giusto? E’ libertà l’impossibilità di mettere in luce le contraddizioni della nostra stessa società, che ci nasconde la sofferenza e la schiavitù di altri, a volte lontani da noi, ma altre volte vicini?

Perché la stessa società che dice di voler garantire la nostra libertà non fa nulla per salvaguardare ed assicurare quella dei nostri fratelli in Africa, in Medio Oriente, nelle favelas in Brasile, nelle regioni povere del nostro bel pianeta? E perché, ogni giorno, ci ritroviamo schiavi del denaro, del presunto benessere, di idee che non ci appartengono, di un sistema che non è quello che abbiamo voluto?

Libertà. E’ una parola che si presta a tante contraddizioni, prima tra tutte quella che chiunque, almeno una volta nella vita, ha sperimentato. “Sono libero, quindi faccio quello che mi pare.” Senza renderci conto che, magari, nel voler affermare la nostra libertà, abbiamo prontamente e senza esitazione sacrificato la libertà di qualcun altro, rendendolo schiavo delle nostre scelte.

In effetti, possiamo intendere in due modi la parola libertà. In senso negativo, come assenza di sottomissione, di schiavitù, di costrizione; oppure positivamente, nel senso dell’autonomia e spontaneità del soggetto razionale. E’ questo, a mio avviso, il nostro errore. Noi uomini e donne del XXI secolo consideriamo la libertà solo dal punto di vista negativo, accontentandoci di vivere senza catene apparenti la nostra esistenza, senza preoccuparci di essere veramente liberi, non solo liberandoci di qualunque forma di schiavitù, ma anche facendo tutto il possibile per estendere la vera libertà anche a chi, tuttora, non è mai stato in grado di beneficiarne.

Afferma Isaiah Berlin: “L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla.”

Cosa è allora la libertà, se non la più grande, la più bella delle illusioni? A questo, forse, verremmo naturalmente portati a credere, spinti da ciò che ogni giorno vediamo e sentiamo intorno a noi, lasciandoci schiacciare ed avvilire dalle ingiustizie e dai torti, senza renderci conto che la libertà, quella vera, quella autentica, è in ogni momento della nostra esistenza a portata di mano. Un’azione, un gesto spontaneo, dettato unicamente dal ciò che nel nostro cuore sappiamo essere realmente giusto; ecco, quello è un attimo di libertà. Piccoli attimi di libertà che, ripetuti nel tempo, diventano eternità.

Perchè scrivere?

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Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Antonio Monda, “Ecco perché scrivo”, gli autori raccontano, dove erano raccolte le varie motivazioni che hanno portato alcuni autori contemporanei a scrivere. Alcune erano particolarmente lunge ed articolate, ma quella che più mi ha colpito è stata quella data da Umberto Eco: “Perché mi piace.”

A quel punto, mi sono ritrovato immobile davanti allo schermo del mio computer, a chiedermi per quale motivo le persone scrivano; ho cominciato poi a navigare su Internet, alla ricerca di un qualcosa che mi permettesse di trovare una risposta soddisfacente alla mia domanda, una domanda alla quale, forse, non è possibile trovare una singola risposta.

Mi sono reso conto, infatti, che le persone, nella loro vita, si trovano a scrivere per le ragioni più disparate. All’inizio si comincia per dovere, perché qualcuno, che sia un genitore o la maestra, ce lo impone, spiegandoci che è qualcosa di importante, qualcosa che necessariamente farà parte della nostra vita. Più avanti, invece, scrivere diventa una scelta più o meno consapevole; può essere parte integrante e necessaria del nostro lavoro, come è per un giornalista, o magari è solo un modo per riempire il nostro tempo, magari tenendo un diario dove annotare pensieri e riflessioni. A volte, può trattarsi di un tentativo di raggiungere la notorietà, sperando di diventare la persona che scriverà il futuro best-seller dell’anno. Oppure, può essere un modo per dire ciò che a voce non riusciamo ad esprimere, per paura o per timidezza; penso a tutti i libri che si sono fatti portatori di un’idea, di un ideale, di un pensiero, ma anche alle lettere d’amore, quelle lettere alle quali affidiamo la nostra anima, il nostro cuore. E ancora, si scrive perché se ne sente il bisogno, spinti da un desiderio irrefrenabile, perché quel foglio di carta, quel file in un computer, diventi un luogo dove nascondere una parte di noi.

E’ così che, nell’arco di millenni, l’uomo ha scritto una quantità infinita di lettere, di saggi, di trattazioni, di libri, di opere, alcune destinate ad essere perdute, altre tramandate anche a distanza di secoli. Dietro ognuna di quelle pagine, dietro ogni capoverso, nascosto tra una lettere e l’altra, si nasconde una motivazione, un “qualcosa” che ha spinto il suo autore a fermarsi per un istante, cercando di trovare le parole giuste per esprimere quello che, nella sua testa, stava prendendo forma.

Tutto questo, però, non risponde alla mia domanda: “Perché scrivere?” Sempre su Internet sono andato alla ricerca di una frase, una citazione, che potesse darmi l’intuizione che cercavo, portandomi però ad addentrarmi in un mondo ancora più confuso e variegato. Ho trovato, infatti, chi vedeva la scrittura come uno strumento di introspezione, come Andrea De Carlo che, nell’introduzione di Due di due, afferma che “scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso.” Altri, invece, la sminuiscono, come Filippo Tommaso Marinetti: “Scrivere? A che pro? Dov’è l’editore? Certo non pagherà, anzi vorrà essere pagato. Nei giornali? Il direttore è stato prescelto fra i quattro o cinque autentici cretini della città.” Ma si scrive anche perché si vuol dire qualcosa; in effetti, è proprio così che la pensa Emile Cioran: “Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.”

Quando ho spento il computer, nonostante la confusione, ho avuto una sorta di illuminazione; alla fine, tutti coloro che scrivono, nonostante le diverse ragioni, hanno almeno una cosa in comune: sono esseri umani. E, forse, è proprio questa la risposta alla mia domanda; scriviamo perché siamo esseri umani, perché scrivere è parte integrante di noi, un’attività che è nata, nella nostra notte dei tempi, subito dopo il bisogno di procacciarci il cibo e trovare un riparo dal freddo e dagli animali feroci, un bisogno atavico, che emerge continuamente nella nostra vita, il bisogno di raccontarsi.

“Il mestiere dello scrittore consiste nel raccontare storie. Così era ai tempi di Omero e così è ancora oggi. È un mestiere antico come il mondo, che risponde ad una necessità degli esseri umani, ad un loro bisogno fondamentale: quello di raccontarsi. Finché ci saranno nel mondo due persone, ci sarà chi racconta una storia e ci sarà chi ascolta una storia. Quante cose si fanno, o si sono fatte, che non si sarebbero mai fatte se non ci fosse stata la possibilità di raccontarle! Senza la memoria del passato che è all’origine di ogni racconto, il nostro percorso di civiltà sarebbe ancora fermo da qualche parte nella notte dei tempi.” (Sebastiano Vassalli)