Libertà

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Libertà. Una parola che nasconda dietro di sé un’infinità di significati, di sogni, di idee, di storie.

Che cosa è la libertà? E’ qualcosa che l’uomo ha sempre ricercato, desiderato, bramato; un concetto, un ideale, che ha spinto tanti uomini a combattere e a morire nel suo nome. Alcuni la dipingono come il più alto dei valori, superiore persino alla vita stessa; per altri, invece, la libertà non è che un sogno, un’illusione, che l’essere umano vive costantemente.

“Tutti noi siamo liberi.” E’ una delle frasi che più ricorre dalla seconda metà del XX secolo nei discorsi, nei manifesti politici, nei trattati, nelle Costituzioni, che attinge direttamente alla nostra storia, come il più grande lascito delle grandi Rivoluzioni. In nome della libertà, quella libertà oggi garantita nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nelle Costituzioni moderne, si sono combattute guerre, autorizzati massacri, condannati a morte degli innocenti.

E’ questa la libertà? Una libertà di pensiero, di espressione, che però è limitata a ciò che è considerato socialmente giusto, buono, dove un pensiero diverso viene visto con sospetto e timore? E’ libertà la consapevolezza di essere moralmente giudicati ed emarginati per un nostro pensiero non conforme a quello che la società ci ha insegnato essere equo, giusto? E’ libertà l’impossibilità di mettere in luce le contraddizioni della nostra stessa società, che ci nasconde la sofferenza e la schiavitù di altri, a volte lontani da noi, ma altre volte vicini?

Perché la stessa società che dice di voler garantire la nostra libertà non fa nulla per salvaguardare ed assicurare quella dei nostri fratelli in Africa, in Medio Oriente, nelle favelas in Brasile, nelle regioni povere del nostro bel pianeta? E perché, ogni giorno, ci ritroviamo schiavi del denaro, del presunto benessere, di idee che non ci appartengono, di un sistema che non è quello che abbiamo voluto?

Libertà. E’ una parola che si presta a tante contraddizioni, prima tra tutte quella che chiunque, almeno una volta nella vita, ha sperimentato. “Sono libero, quindi faccio quello che mi pare.” Senza renderci conto che, magari, nel voler affermare la nostra libertà, abbiamo prontamente e senza esitazione sacrificato la libertà di qualcun altro, rendendolo schiavo delle nostre scelte.

In effetti, possiamo intendere in due modi la parola libertà. In senso negativo, come assenza di sottomissione, di schiavitù, di costrizione; oppure positivamente, nel senso dell’autonomia e spontaneità del soggetto razionale. E’ questo, a mio avviso, il nostro errore. Noi uomini e donne del XXI secolo consideriamo la libertà solo dal punto di vista negativo, accontentandoci di vivere senza catene apparenti la nostra esistenza, senza preoccuparci di essere veramente liberi, non solo liberandoci di qualunque forma di schiavitù, ma anche facendo tutto il possibile per estendere la vera libertà anche a chi, tuttora, non è mai stato in grado di beneficiarne.

Afferma Isaiah Berlin: “L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla.”

Cosa è allora la libertà, se non la più grande, la più bella delle illusioni? A questo, forse, verremmo naturalmente portati a credere, spinti da ciò che ogni giorno vediamo e sentiamo intorno a noi, lasciandoci schiacciare ed avvilire dalle ingiustizie e dai torti, senza renderci conto che la libertà, quella vera, quella autentica, è in ogni momento della nostra esistenza a portata di mano. Un’azione, un gesto spontaneo, dettato unicamente dal ciò che nel nostro cuore sappiamo essere realmente giusto; ecco, quello è un attimo di libertà. Piccoli attimi di libertà che, ripetuti nel tempo, diventano eternità.

Perchè scrivere?

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Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Antonio Monda, “Ecco perché scrivo”, gli autori raccontano, dove erano raccolte le varie motivazioni che hanno portato alcuni autori contemporanei a scrivere. Alcune erano particolarmente lunge ed articolate, ma quella che più mi ha colpito è stata quella data da Umberto Eco: “Perché mi piace.”

A quel punto, mi sono ritrovato immobile davanti allo schermo del mio computer, a chiedermi per quale motivo le persone scrivano; ho cominciato poi a navigare su Internet, alla ricerca di un qualcosa che mi permettesse di trovare una risposta soddisfacente alla mia domanda, una domanda alla quale, forse, non è possibile trovare una singola risposta.

Mi sono reso conto, infatti, che le persone, nella loro vita, si trovano a scrivere per le ragioni più disparate. All’inizio si comincia per dovere, perché qualcuno, che sia un genitore o la maestra, ce lo impone, spiegandoci che è qualcosa di importante, qualcosa che necessariamente farà parte della nostra vita. Più avanti, invece, scrivere diventa una scelta più o meno consapevole; può essere parte integrante e necessaria del nostro lavoro, come è per un giornalista, o magari è solo un modo per riempire il nostro tempo, magari tenendo un diario dove annotare pensieri e riflessioni. A volte, può trattarsi di un tentativo di raggiungere la notorietà, sperando di diventare la persona che scriverà il futuro best-seller dell’anno. Oppure, può essere un modo per dire ciò che a voce non riusciamo ad esprimere, per paura o per timidezza; penso a tutti i libri che si sono fatti portatori di un’idea, di un ideale, di un pensiero, ma anche alle lettere d’amore, quelle lettere alle quali affidiamo la nostra anima, il nostro cuore. E ancora, si scrive perché se ne sente il bisogno, spinti da un desiderio irrefrenabile, perché quel foglio di carta, quel file in un computer, diventi un luogo dove nascondere una parte di noi.

E’ così che, nell’arco di millenni, l’uomo ha scritto una quantità infinita di lettere, di saggi, di trattazioni, di libri, di opere, alcune destinate ad essere perdute, altre tramandate anche a distanza di secoli. Dietro ognuna di quelle pagine, dietro ogni capoverso, nascosto tra una lettere e l’altra, si nasconde una motivazione, un “qualcosa” che ha spinto il suo autore a fermarsi per un istante, cercando di trovare le parole giuste per esprimere quello che, nella sua testa, stava prendendo forma.

Tutto questo, però, non risponde alla mia domanda: “Perché scrivere?” Sempre su Internet sono andato alla ricerca di una frase, una citazione, che potesse darmi l’intuizione che cercavo, portandomi però ad addentrarmi in un mondo ancora più confuso e variegato. Ho trovato, infatti, chi vedeva la scrittura come uno strumento di introspezione, come Andrea De Carlo che, nell’introduzione di Due di due, afferma che “scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso.” Altri, invece, la sminuiscono, come Filippo Tommaso Marinetti: “Scrivere? A che pro? Dov’è l’editore? Certo non pagherà, anzi vorrà essere pagato. Nei giornali? Il direttore è stato prescelto fra i quattro o cinque autentici cretini della città.” Ma si scrive anche perché si vuol dire qualcosa; in effetti, è proprio così che la pensa Emile Cioran: “Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.”

Quando ho spento il computer, nonostante la confusione, ho avuto una sorta di illuminazione; alla fine, tutti coloro che scrivono, nonostante le diverse ragioni, hanno almeno una cosa in comune: sono esseri umani. E, forse, è proprio questa la risposta alla mia domanda; scriviamo perché siamo esseri umani, perché scrivere è parte integrante di noi, un’attività che è nata, nella nostra notte dei tempi, subito dopo il bisogno di procacciarci il cibo e trovare un riparo dal freddo e dagli animali feroci, un bisogno atavico, che emerge continuamente nella nostra vita, il bisogno di raccontarsi.

“Il mestiere dello scrittore consiste nel raccontare storie. Così era ai tempi di Omero e così è ancora oggi. È un mestiere antico come il mondo, che risponde ad una necessità degli esseri umani, ad un loro bisogno fondamentale: quello di raccontarsi. Finché ci saranno nel mondo due persone, ci sarà chi racconta una storia e ci sarà chi ascolta una storia. Quante cose si fanno, o si sono fatte, che non si sarebbero mai fatte se non ci fosse stata la possibilità di raccontarle! Senza la memoria del passato che è all’origine di ogni racconto, il nostro percorso di civiltà sarebbe ancora fermo da qualche parte nella notte dei tempi.” (Sebastiano Vassalli)