Oltre ogni limite: cominciano le Paralimpiadi 2016

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A 18 giorni dalla chiusura dei Giochi di Rio, in concomitanza con la celebrazione dell’Indipendenza del Brasile, si è svolta la cerimonia di inizio delle Paralimpiadi 2016; dopo uno show di più di 3 ore che ha visto come protagonisti duemila performer brasiliani, hanno fatto il loro ingresso nel Maracanà oltre 4300 atleti disabili provenienti da 176 Paesi (gli italiani in gara sono 101).

Ogni nazione aveva con sé il tassello di un puzzle, con il nome del proprio Paese su un lato e i volti degli atleti in gara sull’altro, che hanno poi formato un gigantesco cuore, privo di bandiere, senza nazione, a sottolineare quella straordinaria verità tante volte dimenticata: la comune appartenenza di tutti noi ad un’unica grande, meravigliosa realtà.

La torcia olimpica, come da tradizione, è stata trasportata all’interno dello stadio da diversi atleti, tra cui la ex campionessa brasiliana Marcia Malsar, la prima campionessa paralimpica del Brasile nel 1984, la quale, nonostante una caduta, ha saputo rialzarsi e continuare il suo cammino, tra le urla di incitamento del pubblico che affollava il Maracanà. Il gesto di accendere il tripode olimpico, simbolo dello spirito di questa manifestazione, invece, è toccato al nuotatore brasiliano Clodoaldo Silva, seguito poi, a concludere la cerimonia, da un meraviglioso spettacolo pirotecnico.

Nella sua Etica Nicomachea, Aristotele scriveva: “come nelle Olimpiadi sono incoronati non i più belli e i più forti, ma quelli che partecipano alla gara (e tra di essi infatti vi sono i vincitori), così nella vita chi agisce giustamente diviene partecipe del bello e del buono.” I veri atleti non sono perfetti, forti o belli; i veri atleti sono esseri umani fragili, piccoli e limitati, come tutti noi, che però nel loro cuore trovano la forza ed il coraggio di sfidare se stessi e di mettersi in gioco, per percorrere fino in fondo la strada che conduce alla realizzazione dei loro sogni.

Art. 11 Cost.

Uno dei mali che da sempre affligge il genere umano è la guerra; oggi questa è una tematica delicata, al centro di dibattiti e controversie, che ha spinto molti Stati ad una attenta riflessione e ad una inevitabile presa di posizione. L’Italia lo fece tra il 1946 ed il dicembre 1947, anni durante i quali l’Assemblea costituente diede vita a quello che oggi è l’articolo 11 della Costituzione della Repubblica italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazione internazionali rivolte a tale scopo.”

L’articolo 11 sancisce il principio “pacifista”, ripudiando la guerra come strumento lesivo della libertà di altri popoli; i padri costituenti, nello scrivere l’articolo in questione, avevano ben presenti gli orrori della Seconda Guerra mondiale, dei quali l’Italia si era resa colpevole schierandosi con i paesi dell’Asse a favore di una guerra di aggressione. Era ben chiaro a De Gaspari, Einaudi, Scalfaro, Fanfani e tanti altri, la necessità di una norma costituzionale racchiusa tra i principi fondamentali che potesse scongiurare il ripetersi di tragedie come i conflitti armati e ridare credibilità all’Italia davanti al resto del mondo.

Era ben chiaro tutto questo ai nostri padri costituenti, ma, evidentemente, a noi no; come giustificare, altrimenti, l’intervento in Kosovo nel 1999, in Afghanistan, in Iraq e in Libia negli ultimi vent’anni?

Facciamo un salto indietro; l’articolo 11 è costituito da tre proposizioni da leggere congiuntamente. La prima prescrive il ripudio della guerra, la seconda consente limitazioni di sovranità, la terza esprime l’impegno nel favorire organizzazioni internazionali che perseguano pace e giustizia. E’ quindi fortemente riduttivo riferirisi all’articolo 11 solamente in relazione al ripudio della guerra; tale ripudio, inoltre, si riferisce solo a guerre di offesa, non limitando in alcun modo l’italia nel combattere guerre “di difesa” e nel sostenere interventi militari di portata ridotta valutati leciti dall’ordinamento internazionale al quale il nostro Paese “si conforma” (articolo 10, comma 1, Cost.).

Con questa chiave di lettura, l’articolo 11 si è posto al centro di una serie di dibattiti volti a legittimare o delegittimare gli “interventi” militari dell’Italia; il risultato è stato una serie di tesi, idee e posizioni spesso in contrasto tra loro, senza però che ne emergesse una in grado di uniformare l’opinione pubblica e la classe dirigente. Ad esempio, l’intervento in Afghanistan da alcuni venne inquadrato nella legittima difesa collettiva, esercitabile sia contro uno Stato che contro un attore non statale (gruppo terroristico), autorizzata dallo stesso governo afghano; allo stesso tempo, da altri venne considerato un intervento difficilmente giustificabile a causa della mancanza di un mandato delle Nazioni Unite e perchè l’operazione non risultò qualificabile come “intervento umanitario” (come invece venne qualificato quello in Kosovo nel 1999).

Anche se forse non è realmente possibile ritrovare nell’articolo 11 della Costituzione un effettivo impedimento a questi interventi, forse esso andrebbe riesaminato sotto una luce diversa, cercando di andare oltre il significato letterale della disposizione e di cogliere la reale intenzione del legislatore. E’ solo il mio parere, ma dubito che sessant’anni fa la preoccupazione dei padri costituenti fosse quella di creare un cavillo per giustificare degli interventi militari spesso poco umanitari e molto opportunistici. La loro vera preoccupazione era impedire il verificarsi di tragedie come le guerre (grandi o piccole), per risparmiare alle generazioni future le sofferenze che loro stessi avevano vissuto, dandoci la possibilità di risolvere le questioni internazionali con metodi pacifici (e degni di un essere umano!) come il dialogo ed il confronto, anche attraverso la creazione ed il riconoscimento di organismi internazionali volti a tale scopo.

Questo è il messaggio che i costituenti ci hanno lasciato e che, il 17 dicembre 2012, Roberto Benigni ha voluto ribadire: “Dalle guerre si esce tutti devastati. Avevano capito (i costituenti) che servono regole comuni. Aprono a tutto quello che può venire di buono dal mondo, ci dicono che solo una cosa può salvarci: collaborare, aprirci. Più bello di amare la patria è amare il mondo. Ci hanno avvicinato al mondo.”