La metro: l’incubo dell’uomo dal 1863

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Un’ansia, uno stress, un girone infernale; dite quello che vi pare, ma non ho ancora conosciuto qualcuno in grado di affermare: “non mi dispiace prendere la metro”.

E’ dal 1863 (con l’inaugurazione della prima metropolitana a Londra) che questo tanto lento quanto scomodo mezzo di trasporto è entrato a far parte delle nostre vite. Nonostante siano trascorsi più di 150 anni da quel primo, fatidico viaggio, la metro continua ad essere uno dei peggiori incubi dell’uomo contemporaneo.

La tragedia comincia già alle biglietterie: attenzione, non “la”, bensì “le” biglietterie. Tutte rigorosamente automatiche e, soprattutto, tutte rigorosamente rotte/fuori servizio/in manutenzione. O, altrimenti, totalmente inarrivabili, vista la fila chilometrica che vi si trova davanti.

Dopo tutta la fatica che avete fatto per ottenere il vostro preziosissimo titolo di viaggio, dovete ora obliterarlo (più semplice sarebbe stato inserire direttamente la monetina ai tornelli, ma che gusto ci sarebbe altrimenti?). Anche qui, fate attenzione; delle varie file che vi si presentano davanti, vi verrebbe da scegliere quella apparentemente più breve, MA, in ossequio alla Legge di Murphy (se non sapete di cosa si tratti, ve lo spiego qui: http://valeriopinto.com/2016/09/10/la-legge-murphy-fenomeno-della-fetta-pane-imburrata/), in quella stessa fila, davanti a voi, ci sarà sicuramente una vecchietta mezza cieca che impiegherà 5 minuti solo per capire che il biglietto va obliterato e non semplicemente tenuto in mano.

Comunque, siete sulla banchina, e, ovviamente, avete mancato per una manciata di secondi il treno; siete quindi costretti ad aspettare, fiduciosi che, visto l’orario di punta, passeranno con una certa frequenza. Ingenui. Anche qui vi si presenterà una attesa interminabile durante la quale la vostra ansia e la vostra irritazione cresceranno in maniera direttamente proporzionale alla quantità di persone che inizia ad affollare la banchina.

Quando poi arriva finalmente il treno, naturalmente già stracolmo di persone, sapete che è solo una la legge che regolerà i vostri prossimi minuti; no, non quella di Murphy. Quella del più forte.

Già prima che le porte si aprano, una violenta pressione dietro alla schiena vi spinge inesorabilmente contro il mezzo che avete davanti; dovete allargare le braccia, guadagnarvi un po’ di spazio, ma purtroppo le avete impegnate dalla borsa, lo zaino o almeno la vostra giacca (in metro fa sempre troppo caldo). A questo punto, possono accadere tre cose:

  1. Non riuscite ad entrare; la metro era troppo piena e voi siete stati troppo deboli e/o troppo lenti e quindi vi toccherà aspettare la prossima.
  2. Siete riusciti ad entrare solo grazie alla forza delle vostre braccia e all’intercessione dei santi che avete invocato, ma siete stati troppo lenti per riuscire a sedervi; siete costretti a trascorrere tutto il tragitto stretti dai vostri simili come foste delle sardine in scatola, rischiando di contrarre una sindrome da schiacciamento.
  3. Siete riusciti ad entrare e, grazie alla vostra innata agilità e alla favorevole congiunzione data dall’allineamento dei pianeti del vostro sistema solare, siete anche riusciti a sedervi. Vorrei poter essere felice per voi, ma tanto so già che, accanto a voi, si accomoderà una persona che definire maleodorante è un eufemismo. Buona apnea!

Ah, quasi dimenticavo: ovviamente, sia nel caso 2) che nel caso 3), sarà presente nel vostro vagone qualcuno che suona uno strumento musicale. E quel qualcuno non sarà certamente Mozart.

Tralasciamo il momento traumatico in cui cercherete di scendere dalla metro; anche in questo caso avrete dovuto far ricorso a tutta la vostra forza e abilità (se ne avete!) per poter fronteggiare l’ondata di persone talmente ansiosa di salire sul vagone da quasi impedirvi di scendere. Siete ormai sulle scale, lontani dai binari, quando cominciate a respirare nuovamente l’aria “fresca e pura” del centro città, mentre uno spicchio di cielo si presenta ai vostri occhi. In quell’istante, un ricordo del liceo riappare nella vostra mente e capite per la prima volta e a distanza di decenni le parole che Dante pronuncia nella Divina Commedia uscendo dall’Inferno:

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

Quando la fretta è cattiva consigliera

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Una delle caratteristiche che maggiormente contraddistingue la società contemporanea è la fretta; fin da piccoli, infatti, ci è stato imposto il tacito obbligo di essere competitivi, veloci, di arrivare prima degli altri.

La vita finisce così per diventare una corsa continua, dove qualsiasi momento della nostra giornata è scandito continuamente dallo scorrere del tempo che sembra non bastare mai. La vita, in pratica, si riduce ad essere un’agenda, dove ogni istante, ogni ora, ogni giorno, finiscono per essere costantemente programmati, senza risparmiare neanche i periodi di “riposo” (vacanze, viaggi, ecc…).

E allora ecco spiegata la causa di stress, ansie, crisi di panico e tutta quella serie di disturbi figli del nostro tempo; la fretta, o meglio, l’angoscia che essa genera, ci logora da dentro, impedendoci, nell’affrontare i problemi di tutti i giorni, di trovare un po’ di tempo per un appuntamento che dovrebbe essere per tutti quotidiano: quello con noi stessi.

Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1973, riteneva che “uno dei peggiori effetti della fretta, o forse dell’angoscia che ne è la causa diretta, è l’evidente incapacità degli uomini moderni di rimanere soli con se stessi, sia pure per breve tempo”.

Allora la nostra fretta, il nostro correre da una parte all’altra, non diventa un po’ una scusa per non concederci quei momenti che tutti, almeno una volta, abbiamo saputo apprezzare? Non parlo di qualcosa di complicato o di “programmabile” come un corso di canto o un abbonamento in palestra; qualcosa di semplice, che possa essere fatto in qualsiasi momento.

Ci sono giorni, nella nostra vita, in cui le cose vanno male, in cui ci sembrerà di non avere tempo, di non poter correre così veloce. Allora fermatevi; in mezzo al marciapiede, a guardare il via-vai delle persone, cercando di scoprire o magari inventare una storia per ogni volto; fermatevi in un prato, sdraiatevi e chiudete gli occhi per un paio di minuti, assaporando il profumo dell’erba e beandovi del calore del sole sul vostro viso. O, semplicemente, ovunque voi siate, chiudete gli occhi e fate un respiro profondo, pensando a tutto quello che ancora dovete fare. Il mondo rallenterà con voi.

Quando vedo la gente correre, penso sempre all’episodio “La mia vecchia signora” delle serie “Scrubs – Medici ai primi ferri” ed alle parole del protagonista JD: “Ma ci sono giorni in cui va anche peggio, e in giorni così il meglio che si possa sperare è di aver imparato qualcosa… Qualunque cosa. Anche di poco conto, anche solo prendersi il tempo per sdraiarsi sul prato e pensare a tutte le cose che devi ancora fare.”

Charlie Hebdo, Amatrice fa causa per diffamazione

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E’ delle ultime ore la notizia secondo la quale il comune di Amatrice ha sporto querela nei confronti del giornale satirico Charlie Hebdo per diffamazione aggravata; una risposta decisa alle due vignette pubblicate dalla rivista negli ultimi giorni con le quali, in nome del diritto di satira, è stata offesa la memoria di tutte le vittime del terribile terremoto che ha colpito il centro Italia la notte del 24 agosto. L’avvocato che rappresenta il comune di Amatrice ha affermato che “si tratta di un macabro, insensato ed inconcepibile vilipendio delle vittime di un evento naturale; la critica, anche nelle forme della satira, è un diritto inviolabile sia in Italia che in Francia, ma non tutto può essere ‘satira’ e in questo caso le due vignette offendono la memoria di tutte le vittime del sisma, le persone che sono sopravvissute e la città di Amatrice.”

Charlie Hebdo, da sempre famoso per la sua satira impietosa e spesso eccessiva, aveva raggiunto la notorietà mondiale a seguito dell’attentato subito da parte di un commando affiliato all’ISIS il 7 gennaio 2015; nei giorni successivi al tragico evento, il mondo intero aveva manifestato il suo sostegno e la sua vicinanza alle vittime del settimanale francese.

Il 2 settembre 2016, invece, Charlie Hebdo ha nuovamente fatto parlare di sè con una vignetta nella quale le vittime del sisma del 24 agosto venivano presentate come fossero dei piatti di pasta, sotto il titolo “Seisme à l’italienne”. Tale vignetta ha immediatamente scatenato la reazione di moltissimi italiani sui social network tanto che, sulla pagina Facebook della rivista, la fumettista Coco ha precisato con un’altra vignetta: «Italiani… Non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!»

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A seguito dello sdegno e dell’indignazione del mondo politico italiano, l’ambasciatore francese in Italia è subito intervenuto con una nota per prendere le distanze da quanto apparso sul settimanale satirico: “Il terremoto che ha colpito l’Italia centrale il 24 agosto è un’immensa tragedia. Siamo al fianco dell’Italia in questa prova. La Francia ha espresso il suo sincero cordoglio alle autorità e al popolo italiano e ha offerto il suo aiuto. A tal fine la nostra Ambasciata è a disposizione delle autorità italiane. Per quanto riguarda la satira giornalistica, le opinioni espresse dai giornalisti sono libere. Il disegno di Charlie Hebdo non rappresenta la posizione della Francia.”

Viene da chiedersi, a seguito di questi eventi, se la redazione di Charlie Hebdo conosca la portata effettiva della libertà di espressione e di satira. Tale libertà non è negata a nessuno, ma chi esercita tale diritto non può e non deve ignorare i limiti della decenza e del buon senso, avendo cura di evitare le offese personali e la calunnia. In caso contrario, bisogna saper accettare le conseguenze; la libertà di critica di chi si sente offeso e, ovviamente, il diritto di querelare per diffamazione chi, decisamente, non sa scherzare.

11 settembre, quindici anni dopo; cos’è cambiato?

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Quindici anni dopo l’11 settembre siamo ancora in guerra contro il terrorismo.

Nonostante gli interventi militari, i raid aerei, la devastazione e le migliaia di civili rimasti coinvolti in questa follia di dimensioni globali, la situazione non è migliorata. Tutt’altro.

Quando nell’ottobre del 2001, pochi giorni dopo il terribile attentato al World Trade Center a New York, l’intero Occidente, guidato dagli Stati Uniti, dichiarò guerra all’Afghanistan ed al terrorismo, si pensava che tutto si sarebbe risolto in pochi mesi. Invece, ancora oggi, dopo 15 anni di ostilità, dopo morte, distruzione e violazioni dei diritti umani, la guerra continua senza che se ne riesca ad intravedere la fine.

Inoltre, tutte queste guerre in Medio Oriente (della cui legittimità sarebbe interessante parlare), hanno contribuito a creare un clima di anarchia, paura e soprattutto odio, terreno fertile per la nascita di nuove organizzazioni terroristiche come l’ISIS, nata inizialmente come cellula di Al Quaeda nel 2004 per combattere l’occupazione americana dell’Iraq e il governo iracheno sciita sostenuto dagli Stati Uniti dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. Con la guerra civile in Siria, dove si scontrano tutt’ora gli interessi di vari Paesi (Stati Uniti e Russia in primis), l’ISIS ha saputo espandersi, approfittando della rabbia e del desiderio di rivalsa verso l’Occidente “invasore” delle popolazioni locali.

Quindici anni dopo l’11 settembre, il mondo non ha ancora cessato di veder combattere guerra sanguinose in nome di Dio, di un ideale democratico, di interessi economici più o meno malcelati. Le popolazioni del Medio Oriente continuano a vivere ogni giorno nella paura e nel dolore, mentre una pioggia di bombe continua a cadere su di loro senza alcuna pietà, senza fare distinzioni tra uomini, donne e bambini. L’Occidente, invece, paga le scelte scellerate compiute dai propri governanti con sangue di persone che mai hanno voluto la guerra, come è accaduto in Francia, in Belgio e in Germania negli ultimi mesi.

Quindici anni dopo l’11 settembre, il mondo, quello vero, quello fatto di uomini e donne, di bambini e di anziani, quello che ha pianto le stragi di Parigi e di Bruxells, che si è indignato davanti alle scuole e agli ospedali bombardati in Medio Oriente, non vuole la guerra. Vuole la pace.

La legge di Murphy: il fenomeno della fetta di pane imburrata

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Prendete una fetta di pane e, dopo averla imburrata con cura, mettetela in un piatto e recatevi nel vostro soggiorno per poterla consumare in tranquillità spaparanzati sul divano mentre guardate il vostro programma Tv preferito. Ora, inevitabilmente, per effetto della forza di gravità, dello starnuto di una zanzara in Australia e della vostra immancabile goffaggine, quella fetta di pane scivolerà quasi per magia dal piatto, andando a cadere, con il lato imburrato (è SEMPRE il primo a toccare terra!) esattamente sul tappeto che vostra madre ha comprato la settimana precedente. Risultato: una fetta di pane sprecata, un tappeto nuovo rovinato ed un genitore infuriato.

Questo piccolo esempio di vita quotidiana serve a spiegare in maniera semplice ed accessibile a chiunque quella straordinaria teoria conosciuta come “Legge di Murphy”, un insieme di paradossi pseudo-scientifici riassumibili in un semplice assioma: «Se qualcosa può andar male, andrà male. (o, in altra versione o forse traduzione più letteraria, “se qualcosa può andar male, lo farà”)».

Questo profondo insegnamento è stato trasmesso a tutti noi dall’umorista e scrittore statunitense Arthur Bloch, il quale, nel 1988, presentò questa teoria in un libro intitolato La legge di Murphy. La paternità di tale legge, però, appartiene a Edward Murphy, un ingegnere aeronautico della USAF. Incaricato di verificare la tolleranza del corpo umano all’accelerazione, il suo team aveva il compito di montare 16 particolari accelerometri sul soggetto umano in esame; in particolare, tali accelerometri potevano essere montati in due modi diversi e, sistematicamente, i tecnici incaricati dell’imbragatura, li montavano nella maniera sbagliata. Fu nel corso di tale esperimento che Edward Murphy pronunciò la frase che, diventata ormai storica, fu poi riportata ad una conferenza da John Paul Strapp, medico militare: «se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre ad una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo.»

Negli ultimi decenni, questa teoria ha saputo evolversi e arricchirsi di numerosi assiomi, uno dei quali è, appunto, il fenomeno della fetta di pane imburrata che ho raccontavo all’inizio. Ma, oltre a questo, ve ne sono molti altri che riporterò qui di seguito, nella speranza di strapparvi una risata e, magari, di aiutarvi a comprendere le leggi che regolano il nostro universo, la nostra vita e, soprattutto, la tanto inspiegabile sfiga che ci perseguita.

  • Non è vero che “non tutto il male viene per nuocere”; non solo, ma anche il bene, qualora si manifestasse, viene per nuocere.

  • Se tutto è andato bene, evidentemente qualcosa non ha funzionato

  • Se qualcosa sembra andar bene, hai detto bene: sembra.

  • Quando si mangia con gusto, ci si morde.

  • Le esperienze fallimentari passate non rendono più saggi e accorti, solamente più rintronati.

  • Se è vero che una fetta di pane cade sempre dal lato imburrato e che un gatto cade sempre in piedi, lasciando cadere un gatto con una fetta di pane legata alla schiena nessuno dei due cadrà mai per primo e si avrà il moto perpetuo.

  • Se aspetti l’autobus alla fermata esso non passerà, quando incomincerai a camminare l’autobus passerà quando starai in egual distanza tra la fermata di partenza e la fermata successiva

  • Quando piove, diluvia.

  • Se un cibo è buono, allora fa male alla salute.

  • Se qualcosa sta andando bene, non temere, c’è ancora tutto il tempo perché cominci ad andar male.

  • In coda, la fila accanto scorre sempre più rapidamente della tua. Se cambi fila, quella in cui ti trovavi comincia a scorrere più rapidamente di quella in cui ti sei trasferito.

  • Se sei in automobile e hai fretta, avrai davanti a te un camion che, se non va proprio dove vai tu, girerà perlomeno alla via precedente. Se riesci a superarlo, un secondo dopo lo vedrai girare guardando nello specchietto.

  • La probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità

 

Terremoto Centro Italia 2016: un pensiero per le vittime

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Immaginate di essere nel vostro letto, avvolti nel comodo abbraccio di Morfeo, mentre i sogni scorrono rapidi nella vostra mente, come un giovane ruscello appena sgorgato dalla sorgente.  Siete nel momento centrale del vostro riposo, nel pieno della fase REM, quella che veramente ristora e ricarica le vostre energie. In questo momento, è il vostro inconscio a guidarvi; i vostri sogni, i vostri desideri, le vostre ansie e le vostre paure, ogni istinto e pensiero razionale, sensazioni e ricordi, si confondono tra loro, in un intreccio imprevedibile e misterioso, in un disegno a volte difficile da interpretare.

Ad un tratto, un rombo vi sveglia, facendovi sobbalzare nel vostro letto, mentre, ancora storditi dal sonno, cercate l’origine di quel tremendo rumore; vedete le tende ed il lampadario muoversi, percepite lo scricchiolio delle assi del soffitto e la polvere invadervi le narici, mentre il vostro cuore accelera i suoi battiti.  Una prima violenta scarica di paura si trasforma in adrenalina, spingendo il vostro corpo ad alzarsi dal letto, quando finalmente giunge il vostro cervello capisce cosa stia accadendo, e allora una nuova ondata di paura vi assale, stavolta non guidata dall’istinto, ma dalla consapevolezza. Il terremoto, con tutta la sua forza, sta scuotendo la vostra casa; vi guardate intorno, e mentre osservate le crepe aprirsi nelle pareti, i calcinacci cadere dal soffitto, i soprammobili cadere per terra, la disperazione si fa strada dentro di voi…

Chi non ha vissuto un evento catastrofico come un terremoto non può in alcun modo immaginare quanto tale esperienza possa essere terrificante. Ricordo quando, la notte del 6 aprile 2009, venni svegliato all’improvviso dal cigolio del mio letto; la prima cosa che vidi fu il lampadario ondeggiare, la seconda, invece, fu la figura di mia madre che, sulla porta della mia camera, mi disse: “C’è il terremoto.” Ricordo la paura di quei momenti, pochi, interminabili secondi; ricordo la mattina seguente quando, durante la colazione, ascoltavo al telegiornale le terribili vicende della notte precedente, completamente attonito davanti alle immagini di morte e distruzione che si susseguivano nei vari servizi mandati in onda.

Gli ultimi giorni hanno rievocato questi ricordi; il mio pensiero va continuamente alle vittime di questo ultimo evento, che tanto impietosamente ha colpito le provincie di Norcia e di Rieti; interi paesi sono stati spazzati via dalla furia e dalla violenza del sisma, insieme a decine, centinaia di preziose vite umane. In questo scenario apocalittico, nessuno è stato risparmiato, uomini e donne, giovani ed anziani, ricchi e poveri. Chi, invece, ha avuto la fortuna di sopravvivere a questo evento, ha perso irrimediabilmente una parte di sè: un terremoto è un evento che ti segna nel profondo, che scuote non solo la tua terra e la tua casa, ma soprattutto il tuo intero essere, cambiandoti in maniera irreparabile.

In questo momento, penso soprattutto ai superstiti, per i quali ogni giorno è una sfida, tra pioggia, ulteriori crolli e scosse di assestamento; una terribile quotidianità, fatta di paura ed incertezze, di sacrifici e di privazioni. Ma è anche uno quotidianità fatta di coraggio, di voglia di ricominciare, di volontà di ricostruire, dove ognuno, nel suo piccolo, cerca di aiutare gli altri nel lungo processo di ricostruzione.

Oltre ogni limite: cominciano le Paralimpiadi 2016

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A 18 giorni dalla chiusura dei Giochi di Rio, in concomitanza con la celebrazione dell’Indipendenza del Brasile, si è svolta la cerimonia di inizio delle Paralimpiadi 2016; dopo uno show di più di 3 ore che ha visto come protagonisti duemila performer brasiliani, hanno fatto il loro ingresso nel Maracanà oltre 4300 atleti disabili provenienti da 176 Paesi (gli italiani in gara sono 101).

Ogni nazione aveva con sé il tassello di un puzzle, con il nome del proprio Paese su un lato e i volti degli atleti in gara sull’altro, che hanno poi formato un gigantesco cuore, privo di bandiere, senza nazione, a sottolineare quella straordinaria verità tante volte dimenticata: la comune appartenenza di tutti noi ad un’unica grande, meravigliosa realtà.

La torcia olimpica, come da tradizione, è stata trasportata all’interno dello stadio da diversi atleti, tra cui la ex campionessa brasiliana Marcia Malsar, la prima campionessa paralimpica del Brasile nel 1984, la quale, nonostante una caduta, ha saputo rialzarsi e continuare il suo cammino, tra le urla di incitamento del pubblico che affollava il Maracanà. Il gesto di accendere il tripode olimpico, simbolo dello spirito di questa manifestazione, invece, è toccato al nuotatore brasiliano Clodoaldo Silva, seguito poi, a concludere la cerimonia, da un meraviglioso spettacolo pirotecnico.

Nella sua Etica Nicomachea, Aristotele scriveva: “come nelle Olimpiadi sono incoronati non i più belli e i più forti, ma quelli che partecipano alla gara (e tra di essi infatti vi sono i vincitori), così nella vita chi agisce giustamente diviene partecipe del bello e del buono.” I veri atleti non sono perfetti, forti o belli; i veri atleti sono esseri umani fragili, piccoli e limitati, come tutti noi, che però nel loro cuore trovano la forza ed il coraggio di sfidare se stessi e di mettersi in gioco, per percorrere fino in fondo la strada che conduce alla realizzazione dei loro sogni.

Art. 11 Cost.

Uno dei mali che da sempre affligge il genere umano è la guerra; oggi questa è una tematica delicata, al centro di dibattiti e controversie, che ha spinto molti Stati ad una attenta riflessione e ad una inevitabile presa di posizione. L’Italia lo fece tra il 1946 ed il dicembre 1947, anni durante i quali l’Assemblea costituente diede vita a quello che oggi è l’articolo 11 della Costituzione della Repubblica italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alle libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazione internazionali rivolte a tale scopo.”

L’articolo 11 sancisce il principio “pacifista”, ripudiando la guerra come strumento lesivo della libertà di altri popoli; i padri costituenti, nello scrivere l’articolo in questione, avevano ben presenti gli orrori della Seconda Guerra mondiale, dei quali l’Italia si era resa colpevole schierandosi con i paesi dell’Asse a favore di una guerra di aggressione. Era ben chiaro a De Gaspari, Einaudi, Scalfaro, Fanfani e tanti altri, la necessità di una norma costituzionale racchiusa tra i principi fondamentali che potesse scongiurare il ripetersi di tragedie come i conflitti armati e ridare credibilità all’Italia davanti al resto del mondo.

Era ben chiaro tutto questo ai nostri padri costituenti, ma, evidentemente, a noi no; come giustificare, altrimenti, l’intervento in Kosovo nel 1999, in Afghanistan, in Iraq e in Libia negli ultimi vent’anni?

Facciamo un salto indietro; l’articolo 11 è costituito da tre proposizioni da leggere congiuntamente. La prima prescrive il ripudio della guerra, la seconda consente limitazioni di sovranità, la terza esprime l’impegno nel favorire organizzazioni internazionali che perseguano pace e giustizia. E’ quindi fortemente riduttivo riferirisi all’articolo 11 solamente in relazione al ripudio della guerra; tale ripudio, inoltre, si riferisce solo a guerre di offesa, non limitando in alcun modo l’italia nel combattere guerre “di difesa” e nel sostenere interventi militari di portata ridotta valutati leciti dall’ordinamento internazionale al quale il nostro Paese “si conforma” (articolo 10, comma 1, Cost.).

Con questa chiave di lettura, l’articolo 11 si è posto al centro di una serie di dibattiti volti a legittimare o delegittimare gli “interventi” militari dell’Italia; il risultato è stato una serie di tesi, idee e posizioni spesso in contrasto tra loro, senza però che ne emergesse una in grado di uniformare l’opinione pubblica e la classe dirigente. Ad esempio, l’intervento in Afghanistan da alcuni venne inquadrato nella legittima difesa collettiva, esercitabile sia contro uno Stato che contro un attore non statale (gruppo terroristico), autorizzata dallo stesso governo afghano; allo stesso tempo, da altri venne considerato un intervento difficilmente giustificabile a causa della mancanza di un mandato delle Nazioni Unite e perchè l’operazione non risultò qualificabile come “intervento umanitario” (come invece venne qualificato quello in Kosovo nel 1999).

Anche se forse non è realmente possibile ritrovare nell’articolo 11 della Costituzione un effettivo impedimento a questi interventi, forse esso andrebbe riesaminato sotto una luce diversa, cercando di andare oltre il significato letterale della disposizione e di cogliere la reale intenzione del legislatore. E’ solo il mio parere, ma dubito che sessant’anni fa la preoccupazione dei padri costituenti fosse quella di creare un cavillo per giustificare degli interventi militari spesso poco umanitari e molto opportunistici. La loro vera preoccupazione era impedire il verificarsi di tragedie come le guerre (grandi o piccole), per risparmiare alle generazioni future le sofferenze che loro stessi avevano vissuto, dandoci la possibilità di risolvere le questioni internazionali con metodi pacifici (e degni di un essere umano!) come il dialogo ed il confronto, anche attraverso la creazione ed il riconoscimento di organismi internazionali volti a tale scopo.

Questo è il messaggio che i costituenti ci hanno lasciato e che, il 17 dicembre 2012, Roberto Benigni ha voluto ribadire: “Dalle guerre si esce tutti devastati. Avevano capito (i costituenti) che servono regole comuni. Aprono a tutto quello che può venire di buono dal mondo, ci dicono che solo una cosa può salvarci: collaborare, aprirci. Più bello di amare la patria è amare il mondo. Ci hanno avvicinato al mondo.”

Giusto “un paio di cose”

shopping

Lui: “Tesoro, cosa ti andrebbe di fare oggi pomeriggio?”

Lei: “Guarda, dovrei passare un attimo al centro commerciale a prendere un paio di cose…”

Non ci cascate. No, davvero, non lo fate. Per noi maschietti “un paio di cose” vuol dire “mah, posso andarci pure un altro giorno…” Il vero problema è che le donne sono diverse da noi, e quel paio di cose diventa una lista della spesa lunga chilometri.

Metteteci anche che noi maschietti siamo un po’ tonti; quanto volte ci siamo lasciati infinocchiare in questo modo, per poi ritrovarci fuori dai camerini, circondati dai nostri stessi simili, con in faccia l’espressione tipica di un condannato a morte e le braccia cariche di talmente tante buste e scatole che nemmeno Schwarzenegger sotto steroidi rimarrebbe impassibile.

Ma andiamo con ordine.

Tutto comincia davanti ad una vetrina di un negozio X del centro commerciale Y, dove la vostra serena passeggiata mano nella mano viene interrotta da un immprovviso strattone che per poco non vi stacca il braccio. Ti volti al tuo fianco, convinto di trovarci un lottatore di wrestling di 110 kg, ed invece c’è la vostra piccola, fragile, dolce metà che, con lo sguardo perso nella vetrina pronuncia le fatidiche parole: “Oddio, amore, hai visto che carino che è???” Voi, con il vostro pragmatismo tutto maschile, senza neanche guardare il vestito in questione, gettate lo sguardo all’etichetta e vi ritrovate a pensare: “carino? Perchè il diminutivo? Dì pure caro…”

Ecco, a questo punto avreste dovuto stordirla e trascinarla via, ma, purtroppo per voi, avrete sicuramente qualcosa da farmi perdonare (noi uomini abbiamo sempre qualcosa da farci perdonare, vai a capire il perchè…) e quindi, con l’aria di un cane bastonato, vi ritrovate a chiedere: “te lo vuoi provare?”

Nel giro di pochi minuti vi ritrovate fuori da un camerino, mentre lei, che ormai si è dimenticata totalmente della vostra esistenza, ha deciso di provarsi tutto il negozio, con la complicità della maledetta commessa che, ovviamente, ha a disposizione tutte le taglie, tutti i colori, ecc… Invece, per voi poveri fessi, il massimo dello sballo sarà fare a gara con gli altri condannati a morte a chi ha la faccia da funerale più espressiva, mentre lentamente un leggero strato di polvere e di ragnatele comincia a posarsi su di voi.

Ora, possono accadere due cose:

1) tutto ciò che la vostra metà ha provato NON le stava bene e/o NON le piaceva, e quindi vi toccherà trascorrere il resto della vostra uscita a cercare di risollevare la sua autostima che è sprofondata sottoterra

2) tutto ciò che la vostra metà ha provato le stava bene E le piaceva, e quindi vi toccherà trascorrere il resto della vostra uscita in fila alle casse nella speranza di riuscire a pagare entro un tempo ragionevole, mentre, con le braccia cariche di scatole e buste, siete costretti a prestare attenzione a tutti i virtuosi del “scusate, fatemi passare, mia nonna sta male/ho il cane in macchina da solo/mi si scuoce la pasta” che tenteranno di infinocchiarvi e di passarvi davanti.

Come scriveva Erma Bombeck, “Lo shopping è una cosa da donna. È uno sport di contatto come il football. Alle donne piace la mischia, la folla rumorosa, il pericolo di essere calpestate a morte e l’estasi dell’acquisto.

Souls’ Den

Per ognuno di noi esiste un posto ed un momento dove riusciamo ad essere noi stessi, dove il tempo sembra fermarsi e dove ogni cosa sembra assecondarci; un rifugio dal caos e dai problemi che giorno dopo giorno travolgono la nostra esistenza, una luogo da dove poter guardare il mondo con occhi diversi.

Ed allora i colori si fanno brillanti, danzando davanti agli occhi ed assumendo ogni sfumatura possibile; i suoni si scompongono, si avvicinano dolci e delicati alle nostre orecchie, trasformandosi nella più bella delle colonne sonore; gli odori sono inebrianti, attraversano le narici rendendoci un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda.

La percezione di noi stessi cambia; tutto si fa più lento, diventa pace e luce, armonia e perfezione. Il nostro stesso cuore rallenta e, per un attimo, un istante, sembra fermarsi; è un momento che dura meno di una frazione di secondo, quasi impercettibile, che, in quel luogo che per noi assume un significato speciale e quasi magico, si dilata, facendoci riassaporare il gusto per le cose semplice; un tramonto, un sorriso, la risacca del mare.

Poi tutto finisce, costringendoci a tornare semplici esseri umani, a correre dietro ai nostri impegni, alle nostre quotidiane occupazioni, ma è giusto che sia così.
E’ giusto che quel luogo a noi caro, quel rifugio, sia custode di momenti, di attimi di felicità; la loro bellezza nasce dalla loro fugacità. E’ questo che li rende speciali, magici.